C'è un paese, in fondo alla Valle Argentina, che ha sempre contato più di quanto la sua aria di posto dimenticato lasci credere. Triora era il granaio della Repubblica di Genova: il grano che cresceva su queste montagne sfamava una città di mare lontana giorni di mulattiera, e per difenderlo Genova cinse il borgo di mura e cinque fortezze. Poche anime in capo al mondo, ma ricche e armate come una piccola capitale. Un posto così, la Storia non lo lascia mai in pace: l'ha segnato col sospetto, col fuoco e col sangue, più di una volta.
Triora non è una gita da fare distratti. Sono cinquanta minuti di tornanti che salgono dentro la Valle Argentina, l'entroterra che divide Imperia da Sanremo, e quando arrivi sei a quasi 800 metri, con le Alpi Liguri che ti chiudono l'orizzonte. La prima volta che ci sono salito è stato d'autunno, con un amico, e me lo ricordo perché in costa c'erano venti gradi e lassù tiravamo su il bavero. Già questo dovrebbe dirti che tipo di posto è: non è la Liguria delle palme e dei bagni, è un'altra cosa, montagna vera.
Il borgo di Triora arroccato in alta Valle Argentina, con i tetti in ardesia e le Alpi Liguri spoglie sullo sfondo
La fama di Triora la conosci anche se non ci sei mai stato: il paese delle streghe. La storia, quella seria, è cupa quanto il borgo. Tra il 1587 e il 1589 la valle era stremata da due anni di carestia, e qualcuno cominciò a dare la colpa a un gruppo di donne accusate di stregoneria. Ne furono arrestate più di trenta nel giro di pochi mesi, interrogate, torturate. La macchina si gonfiò al punto che dovette intervenire dall'alto l'Inquisitore di Genova, nell'autunno del 1588, e le imputate finirono trasferite a Genova. Il processo si chiuse intorno al 23 aprile 1589, e le sentenze definitive tra il 1589 e il 1590 furono in fondo clementi — abiure, penitenze, qualche rilascio — ma intanto donne erano state spezzate, e alcune non tornarono. È una vicenda da cui sono nati film, libri, leggende; ma quando cammini per i caruggi conviene tenere a mente che dietro al brand turistico c'è una caccia a delle donne, e una carestia che faceva morire la gente.
E c'è una seconda ferita, più recente, che pochi turisti collegano a Triora. Il 2 luglio del 1944 i tedeschi salirono fin quassù per una rappresaglia: segnarono le porte delle case con un liquido incendiario nero, piazzarono casse di tritolo alle fondamenta, e diedero fuoco al paese. In due giorni rasero al suolo tre dei sei quartieri — Poggio, Cima e Carriera. Da quella distruzione il borgo non si è più ripreso del tutto, ed è anche per quel rogo che oggi a Triora ci vivono così in pochi. Lo si legge ancora, camminando: le case tirate su in fretta nel dopoguerra, accanto a quelle medievali sopravvissute.
Un passaggio coperto in pietra grezza, con la lanterna e i gradini che scendono verso una vecchia porta di legno: la penombra di Triora anche di giorno
Il borgo te lo godi proprio per questo: è autentico, non rifatto a tema. I caruggi sono stretti e in salita, spesso coperti, con archi che scavalcano i vicoli e portali di pietra scura su cui leggi date di tre o quattrocento anni fa. In certi punti, anche di giorno, ci si ritrova in penombra, e d'inverno o con la nebbia che sale dalla valle l'effetto è quello che immagini. Non è un posto allegro, ed è proprio per questo che vale: ha un carattere. C'è anche la Cabotina, il rudere ai margini del paese dove la tradizione dice abitassero le presunte streghe, e i resti del castello in cima. Ti avverto su una cosa concreta: si cammina, si sale e si scende su ciottoli, e se piove diventano scivolosi. Scarpe comode, non i sandali della spiaggia.
Un caruggio coperto da una volta in pietra, con gli archi che scavalcano il vicolo e il selciato a ciottoli
La tappa che lega tutto è il Museo etnografico e della stregoneria, aperto dal 1983 negli scantinati dell'ex carcere. Il biglietto costa pochi euro e non è un parco a tema con effetti speciali: la parte sulla stregoneria è raccontata con documenti e ricostruzioni, ma metà del museo è dedicata alla vita contadina della valle — gli attrezzi, la cucina, il lavoro nei campi e nei boschi. È la chiave per capire dove sei: prima ancora che il paese delle streghe, Triora era un paese di fame, di lavoro duro e di grano. Controlla gli orari prima di partire, perché di pomeriggio è aperto tutti i giorni ma la mattina solo nei festivi, e sarebbe un peccato farsi i tornanti e trovare chiuso.
E qui arriviamo al motivo per cui io a Triora ci torno volentieri anche solo per mezza giornata: si mangia e si compra roba seria. Il pane di Triora è una di quelle cose che spieghi male a chi non l'ha visto. Sono pagnotte basse e larghe, scure, fatte con farina di tipo 1 e un po' di grano saraceno, lievitate piano e cotte un tempo nel forno comunale del paese — c'è ancora il Vico del Forno, dove ogni famiglia portava a cuocere il suo una volta a settimana. Triora era il granaio della Repubblica di Genova, e questo pane è il residuo vivo di quella storia. La crosta è spessa e croccante, con un'incisione a quadri sopra, e dentro è compatto. La cosa che lo rende speciale per chi sta in vacanza è banale ma vera: dura giorni. Una pagnotta tiene una settimana buona senza diventare immangiabile, anzi il giorno dopo è ancora meglio. Compratela in paese, dal forno, non al supermercato in costa.
L'abbinamento che ti consiglio è quello che fanno qui da sempre: pane di Triora e bruzzo (lo trovi scritto anche bruss o brussu). È una ricotta — di pecora, capra o vacca — lasciata fermentare nei suoi vasi al fresco, rigirata giorno dopo giorno dal basso verso l'alto, finché diventa cremosa e di un gusto fortissimo, che con la stagionatura vira sul piccante. Non è roba da tutti i palati, lo dico onestamente: la prima cucchiaiata spiazza. Ma spalmata su una fetta di quel pane, con un bicchiere di rosso, è il sapore della valle in un boccone. Se ti piace l'idea di tornare a casa con qualcosa di vero, questo e una pagnotta valgono il viaggio più di qualsiasi souvenir.
Un'ultima cosa pratica. Triora è entroterra profondo: i servizi sono pochi, qualche locale può essere chiuso nei giorni feriali di bassa stagione, e la strada è bella ma impegna. Se la abbini, scendendo, alla parte bassa della valle — Badalucco, Molini di Triora — fai una giornata piena. Ma anche solo Triora, il museo e il pane, è una di quelle gite che ti restano addosso. Se cerchi altro entroterra da queste parti, ne parlo anche in dove mangiare nell'entroterra.